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    Lago di Como, tra il verde dei monti e il blu dell'acqua

    Il nostro tour ideale parte dalla Cremeria Bolla di via Boldoni, non lontano dalla cattedrale di Como e dal Palazzo del Broletto, dove, dopo una buona colazione, si parte e lasciandosi alle spalle Villa Olmo si prosegue sulla Strada Regina fino a Cernobbio, ai piedi del Monte Bisbino. Qui, prima breve tappa a Villa d’Este. Da non perdere un aperitivo all’elegante bar Terrazza, ma se l’ora e il look non sono consoni si può ripiegare sul bar Gei di piazza Mazzini, che produce, tra l’altro, ottimi gelati.George Clooney a parte, che com’è noto ha casa nei dintorni, tra Laglio e Brienno il lago offre incomparabili bellezze. A cominciare dalla minuscola Isola Comacina, l’unica del Lario, tra Sala Comacina e Ossuccio. Da non perdere, sul promontorio prima di Lenno, Villa del Balbianello, di proprietà del Fai, e il suo giardino con platani a candelabro, cascate di glicini, ortensie e rododendri.

    A Villa Carlotta, a Tremezzo, si ammirano L’Ultimo addio di Romeo e Giulietta di Francesco Hayez e il parco traboccante di fiori. Prima di imbarcarsi, a Cadenabbia, sul traghetto che, con partenza ogni mezz’ora (navlaghi.it), porta in soli dieci minuti a Bellagio, la più turistica e internazionale delle località lariane, con il bel lungolago, le case colorate, gli hotel di lusso, le botteghe, i bar e ristoranti affacciati sulla riva e, naturalmente, Villa Melzi, con i suoi splendidi giardini all’inglese.
    E se fin qui ha prevalso l’aspetto contemplativo, o al massimo quello goloso, a Bellagio comincia la parte più divertente del tour per chi ama guidare. Seguendo le indicazioni per Erba, la strada sale in quota fino al Santuario del Ghisallo (tempio del ciclismo, con un bel museo), da dove si gode di una spettacolare vista su tutto il lago. Poco prima di arrivare ad Asso, seguendo sulla destra l’indicazione per Sormano, si giunge all’osservatorio astronomico, da cui, nelle belle giornate di sole, si vede tutta la Pianura Padana fino all’Appennino.Da qui la strada prosegue fino a Pian del Tivano, da dove inizia la discesa verso Zelbio, a 800 metri di altezza, circondato da maestosi castagneti cui si alternano boschi di faggi, querce, betulle e pinete. Dopo un tratto con tornanti immersi nel verde, si arriva all’incantevole, quanto poco conosciuto, borgo di Nesso, nuovamente a quota lago. Dove ci si ferma sull’antico ponte della Civera, o scendendo lungo una scalinata di 340 gradini, per ammirare l’Orrido, una profonda gola naturale con una cascata che divide in due il borgo. Si rientra quindi a Como costeggiando il lago, giusto in tempo per una piacevole passeggiata sulla riva fino alla settecentesca Villa Geno, ai piedi della collina di Brunate. Tornando verso la centrale piazza Cavour, su cui si affacciano caffè e ristoranti, cattura l’attenzione The Life Electric, la struttura in acciaio di Daniel Libeskind, alta più di 16 metri, posta su una rotonda all’estremità della diga foranea e dedicata, come è facile intuire, al cittadino più illustre di Como, Alessandro Volta. LEGGI TUTTO

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    Ciclovia della Versilia, in sella da Viareggio a Forte dei Marmi

    Una terra che strega, la Versilia. Merito delle sue incredibili e affascinanti località contese tra mare e montagna, le Alpi Apuane di preciso. Ci sono tanti modo per scoprire le bellezze di questo tratto costiero della Toscana e uno sicuramente è sfruttare i quasi 30 chilometri della cosiddetta Ciclovia della Versilia che tocca Viareggio e Forte dei Marmi, passando per Marina di Pietrasanta e Lido di Camaiore.
    Partendo dalla capitale toscana del carnevale, dove il tracciato è anche conosciuto come Pista Ciclabile Fausto Coppi – in questi luoghi la bicicletta vanta una grande tradizione – si punta a nord lungo un percorso piacevole e pianeggiante quasi interamente in prossimità del mare. Prima di saltare in sella, però, meglio indugiare un po’ sulla celebre Passeggiata Margherita, per respirare a pieno l’aria Liberty e Art Decò degli eleganti palazzi che vi si affacciano. Il Gran Caffè Margherita, il Bagno Balena, lo Chalet Martini, i Magazzini Duilio 48, l’Hotel Liberty, sono tutti lì a ricordare le suggestive atmosfere dei ruggenti anni Venti. Un saluto all’Attesa, la statua di bronzo di Inaco Biancalana posizionata sul molo di Viareggio, ormai uno dei simboli della città, che ne testimonia il passato marinaro, e si parte.
    Appena una manciata di chilometri e si raggiunge Lido di Camaiore, che con le sue spiagge dorate è una stazione balneare attrezzatissima e all’avanguardia, capace di spiccare tra le località turistiche più amate d’Europa. Appena oltre, è il Parco della Versiliana, nei pressi di Marina di Pietrasanta, a invadere il panorama con i suoi ottanta ettari di bosco secolare. Qui, il consiglio è di dedicare una piacevole visita all’omonima villa realizzata nel 1886, il cui nome – Versiliana – fu coniato dallo scrittore Renato Fucini. Nelle calde giornate estive, i viali del parco, che si diramano nel sottobosco, caratterizzato per lo più da pini marittimi, pini domestici e lecci, offrono grande refrigerio, circondati da piccoli stagni e interessanti zone umide, dove è possibile avvistare diverse specie di uccelli, tra le quali folaghe, martin pescatore, e gallinelle d’acqua.
    La ciclabile prosegue, tra stabilimenti balneari e invitanti chioschi di gelato, fino a Forte dei Marmi, da raggiungere possibilmente nel tardo pomeriggio, per gustare un bel tramonto sul Pontile Medaglie D’Oro, magari mentre qualche pescatore locale tenta la sorte con la tradizionale rete a bilancino. LEGGI TUTTO

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    Matera, un patrimonio da tutelare

    Un paradiso di pietra in cui perdersi e di cui innamorarsi. Vicoli e piazze fuori dal tempo ma non solo, Matera è anche città d’arte, Capitale della Cultura, set cinematografico, culla di tradizioni antiche. Matera è una città risorta dalla sua arretratezza – negli anni ‘50 la condizione in cui versavano i suoi Sassi la fecero definire “vergogna nazionale” in un moto di denuncia – nel tempo si è saputa rialzare, e riscattare; divenendo prima Patrimonio Unesco e poi Capitale Europea della Cultura nel 2019. Oggi questa città è una delle destinazioni immancabili durante un viaggio nel profondo sud del Paese. Di seguito, le indicazioni principali sulle cose fondamentali da non perdere.
    Si parte ovviamente dai Sassi, divisi in due quartieri: Sasso Barisano e Sasso Caveoso. In generale, l’approccio migliore è quello che viene subito più naturale: lasciarsi guidare dall’istinto, alla scoperta di questo sublime ecosistema di roccia, declinato in viuzze, case, scalini, archi, piazzette e cavità rupestri, al cui interno scovare negozietti e laboratori, che portano avanti tradizioni secolari. Il Sasso Barisano è quello in cui c’è stato il maggiore proliferare di locali e alberghi; in un certo senso, più “intimo” il Sasso Caveoso, in cui si possono scovare angoli particolarmente autentici e suggestivi. In questo quartiere si trova anche Casa Noha, appartenuta alla famiglia nobiliare Noha, e oggi donata al FAI, che l’ha trasformata in una sorta “bussola” e luogo d’incontro per chi visita la città.

    Passeggiando tra i Sassi, non si può non notare la notevole presenza di chiesette, cripte e cappelle scavate nel tufo. Di tradizione latina o greca-ortodossa, di chiese rupestri se ne contano circa 150 alcune con architetture e decorazioni di gran pregio. Da non perdere, sono Santa Maria de Idris, per la splendida posizione panoramica in cima al Monterrone, San Pietro Barisano, nell’omonimo Sasso, Santa Lucia alle Malve, con le splendide volte sorrette da colonne, nel Sasso Caveoso. Quest’ultima, oltre al pregevole dipinto della “Madonna del Latte”, al di sopra della sua struttura vede anche la presenza di una necropoli. Il Cimitero barbarico nel Rione Malve, a cui si riferì in questo modo lo scrittore Carlo Levi: “I morti stanno sopra i vivi”. Nel rione Castelnuovo, a fianco al torrente Matera, si segnalano invece le quattro chiese rupestri del Convicinio di Sant’Antonio; mentre, appena fuori città, sono le pareti affrescate della cripta del Peccato Originale a lasciare chiunque la visiti senza parole.
    Una visita di Matera non può poi prescindere dalla Cattedrale della Madonna della Bruna e di Sant’Eustachio, edificata nel 1270 sul punto più alto della città; e dalla suggestiva cisterna, il Palombaro Lungo, che si trova in pieno centro, sotto piazza Vittorio: Scavata nel 1846, è stata utilizzata come riserva d’acqua per gli abitanti dei Sassi, fino ai primi del ‘900. Da non mancare, infine, una passeggiata al cinquecentesco castello di Tramontano sulla collina di Lapillo. LEGGI TUTTO

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    Favignana, l'isola da scoprire in bici

    L’isola di Favignana, insieme a Levanzo e Marettimo, è una delle tre perle appartenenti all’arcipelago delle Egadi. Favignana è la principale e più grande di queste isole e si è meritata dal pittore Salvatore Fiume il riconoscimento di “grande farfalla sul mare”. A suggestionarlo, l’inconfondibile forma che si distende nelle acque turchesi antistanti Trapani, da cui l’isola dista appena 9 miglia. Siamo sul versante occidentale della Sicilia, terra di tramonti, bellezza e profumi, unici al mondo. Ed è proprio dal capoluogo Trapani, che ci si imbarca alla scoperta di questo pittoresco lembo di terra, perfetto per un’esplorazione in bici (eventualmente noleggiabile in loco, all’arrivo, senza problemi).
    Un diametro di circa 35 km, un fitto reticolo di strade secondarie e una superficie quasi interamente pianeggiante, infatti, rendono il pedalare, da una caletta all’altra, da uno scorcio sul mare a un giardino ipogeo, da una granita a un piatto di spaghetti con i ricci, un inesauribile gioco al rilancio: quando si è convinti di aver visto il meglio, spunta sempre qualcosa da dietro a un angolo, uno scoglio, o un cespuglio, che ti lascia nuovamente a bocca aperta. E così, in rapida successione, Punta San Nicola, la fiabesca Cala Rossa, la spiaggia del Bue Marino, i Calamoni, Cala Azzurra. Per non parlare dei tramonti infuocati nella zona dei faraglioni e a Punta Sottile. Per chi cerca un pizzico di tranquillità, invece, una pedalata lungo il versante sud dell’isola permetterà di andare alla scoperta di calette appartate e suggestive grotte.
    Prima di lasciare Favignana, però, il consiglio è di ritagliarsi qualche ora e di andare a visitare l’ex stabilimento Florio, nelle vicinanze del porto, in cui scoprire la secolare tradizione della mattanza e della lavorazione del tonno, che hanno scandito la vita sull’isola fino agli anni ‘70, quando la tonnara venne definitivamente chiusa. Oppure, di spingersi alla scoperta della celebre Grotta del Pozzo, che i fenici, antichi abitanti di tutta l’area costiera del trapanese, utilizzavano millenni fa, a scopo rituale. Una veloce scalata ai 310 metri del monte Santa Caterina, infine, sarà ripagata da una vista panoramica mozzafiato destinata a finire dritta nell’album dei ricordi. LEGGI TUTTO

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    Gressoney, in cammino con la storia

    La valle del Lys, meglio conosciuta come valle di Gressoney, si imbocca a Pont-St-Martin, appena passato il confine regionale tra Piemonte e Valle d’Aosta. Da qui la strada sale per 33 chilometri fino ai piedi del Monte Rosa, a quota 1850 metri. A Issime, dove la vallata si allarga, cominciano a vedersi, numerose, le abitazioni in pietra e legno tipiche del popolo Walser, che a partire dal XII secolo colonizzò queste terre contribuendo a forgiarne significativamente il carattere. È qui, infatti, che arriva il Grande Sentiero Walser che dal Cervino, attraverso la Valle d’Ayas e il Colle Pinter, porta nell’alta Valle di Gressoney. Un cammino che ripercorre la via intrapresa allora dai vallesani in cerca di nuove terre e che è oggi arricchito da pannelli che aiutano a riconoscere e ricostruire i segni della loro presenza.

    Dopo Gaby, la strada si fa più ripida fino ad arrivare nella bella conca soleggiata di Gressoney-St-Jean (1385 m). Località turistica rinomata, ha un centro storico rimasto intatto, con le antiche case Walser raggruppate attorno alla cinquecentesca chiesa di San Giovanni Battista. Veglia sull’abitato, come uscito da una fiaba, Castel Savoia, la residenza fatta costruire all’inizio del secolo scorso dalla Regina Margherita, appassionata frequentatrice di questi luoghi.
    Dopo un paio di chilometri, in località Chemonal, si lascia l’auto nello spiazzo adibito a parcheggio per imboccare la mulattiera che sale ripida in poco più di mezz’ora al villaggio Walser di Apenzù Grande (1780 m). Nonostante la pendenza, è un pecorso facile, che si può fare anche con i bambini. Arrivati al villaggio, con la chiesetta, le case in pietra ben restaurate e un invitante rifugio con i tavoloni all’aperto dove concedersi una meritata sosta, si prosegue quindi verso Nord lungo un sentiero a mezza costa, ora nel bosco, ora sui pascoli, in direzione di Alpenzù Piccolo (1810 m). Una manciata di casette mirabilmente conservate con un magnifico panorama sulla vallata e, sullo sfondo, il grandioso spettacolo del massiccio del Rosa fanno di questo piccolo villaggio una delle tappe più belle di tutta la valle. Da qui il sentiero scende dolcemente attraverso il bosco fino alla località Lysbalma (1,30 h da Alpenzù Grande), appena prima di Gressoney-La-Trinité (1670 m), piccolo agglomerato di borghi antichissimi sparsi intorno alla chiesa della SS. Trinità.
    Dopo aver visitato il minuscolo Ecomuseo Walser, affacciato sulla bella piazzetta di Tache, si torna al punto di partenza con una passeggiata facile e rilassante che da Edelboden Inferiore, segue il sentiero alla sinistra del Lys fino alla centrale elettrica di Sandren (in corrispondenza del parcheggio) e poi a Gressoney St-Jean. In alternativa, per i trekker più allenati, un bellissimo percorso, fattibile in entrambe le direzioni, collega in poco meno di 6 ore Gressoney St-Jean a Niel, borgo a una ventina di minuti di tornanti sopra Gaby, passando per il villaggio di Loomatto, il magnifico vallone del Loo e il Col Lazouney (2387 m). LEGGI TUTTO

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    Da Campo Imperatore, il percorso trekking fino al Monte Aquila

    Se avete voglia di una vacanza diversa dalle altre e scoprire gli Appennini Abruzzesi, nei pressi del Gran Sasso, non c’è niente di meglio di uno dei percorsi di trekking più entusiasmanti e suggestivi del panorama italiano. Quello che dall’Albergo di Campo Imperatore, a circa 2.130 metri di altezza, raggiunge la croce in cima al Monte Aquila. Questa struttura fu costruita nel 1936 e nel 1940 divenne un hotel: è nota, soprattutto, perché vi fu imprigionato Benito Mussolini tra il 28 agosto ed il 12 settembre del 1943, prima che i tedeschi venissero a liberarlo.

    L’itinerario è di tipo escursionistico, è molto ben segnalato, e si compie in circa 3 ore. Partendo dal piazzale di Campo Imperatore, si imbocca il sentiero che fiancheggia il Giardino Botanico e l’Osservatorio, in direzione del Rifugio Duca degli Abruzzi. Giunti al primo bivio, si svolta a destra e si percorre il sentiero che si distende ai piedi della cresta della Portella, dopodiché, si gira un crinale, si prosegue lungo alcuni tornanti e si raggiunge lo splendido anfiteatro naturale su cui domina il Monte Aquila. Andando avanti, si avanza ignorando la deviazione sulla sinistra per il sentiero che conduce al Rifugio Garibaldi e al Corno Grande, e quella successiva verso la Direttissima e il Bivacco Bafile. Tutt’attorno si è circondati da uno scenario maestoso, costantemente sorvegliati dalle cime più belle del centro Italia, in cui non è raro avvistare camosci e altri animali selvatici. Una serie di salite e di discese conducono fino alla Sella di Corno Grande, con una vista spettacolare sul Vallone dell’Inferno. Si riprende il cammino lungo la cresta con panorami sconfinati sulla piana (a destra), e sul teramano (a sinistra), fino a raggiungere la croce di ferro in cima al Monte Aquila.

    A questo punto, si fa ritorno alla Sella di Corno Grande, e si prosegue per il sentiero indicato dai paletti metallici, fino a raggiungere il Rifugio Garibaldi. Dopo di che, si segue il sentiero n.2 e, giunti a un bivio, si sale una strada di ghiaia procedendo fino al Passo Portella; da qui, lasciato a sinistra il Sentiero Duca degli Abruzzi, e a destra quello di Pizzo Cefalone, si continua a mezza costa, fino a giungere al punto di partenza, l’hotel Campo Imperatore. LEGGI TUTTO

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    Subiaco, tra monasteri e un'immersione nella natura

    Da Roma, magari per sfuggire al caos metropolitano, è consigliabile partire diretti verso la provincia della Capitale, precisamente a Subiaco, per ritrovarsi così nella strada per Jenne – la cosiddetta “via dei Monasteri” -, che conduce a due splendidi complessi benedettini, uno dei quali, il Sacro Speco, si erge in posizione suggestiva sulla sottostante valle dell’Aniene. Secondo la tradizione, all’interno della valle Sublacense, San Benedetto fondò 12 cenobi, e lui stesso si spostò a vivere in meditazione nei pressi di un’antica villa romana appartenuta a Nerone. È in quest’area che sono sorti quelli, che oggi, conosciamo come Monastero di Santa Scolastica (il primo cenobio benedettino al mondo) e Sacro Speco di San Benedetto.

    Fondato nel 520 d.C., il monastero di Santa Scolastica, posto a 510 metri d’altezza, è il primo che si incontra lungo la strada, arrivando da Subiaco. La sua struttura si compone di edifici risalenti ad epoche diverse. La chiesa che si può ammirare oggi è del 1700, ed è l’ultima di cinque strutture stratificatesi nel tempo l’una sull’altra. Dall’ingresso del monastero, su cui campeggia l’immancabile “Ora et Labora”, si accede al primo dei tre chiostri, quello Rinascimentale del XVI secolo. Da qui è possibile passare al secondo, quello gotico, del XIV secolo; e infine, a seguire, al terzo, detto “Chiostro Cosmatesco”, il più antico di tutti, che risale al XIII secolo. Molto interessante è la biblioteca, con una collezione di incunaboli e libri di grande valore, la cui ricchezza è dovuta anche all’ingegno di due frati tedeschi, Pannartz e Sweynheym, che nel 1465 realizzarono nel monastero quella che a tutti gli effetti è stata la prima tipografia italiana.

    Terminata la visita di Santa Scolastica, si prosegue lungo una strada tortuosa, fino alla deviazione per il Sacro Speco attraverso un percorso che si arrampica in salita. Il primo colpo d’occhio sul monastero, definito da Pio II “nido di rondini”, e considerato uno dei più belli d’Italia, lascia letteralmente senza fiato. Arroccato alla nuda roccia, in posizione dominante sulla valle, sorge nel luogo dove, all’interno di una grotta, San Benedetto si ritirò in solitudine e in preghiera per tre lunghi anni. Difficile descrivere la magia che pervade questo luogo sin dalla salita che si intraprende verso il monastero, all’ombra di lecci secolari, dopo aver passato il primo portale. La leggenda vuole che gli alberi abbiano assunto l’attuale forma inclinata, al passaggio del santo, alla ricerca di un luogo isolato in cui vivere da eremita. La struttura originaria risale al secolo XI, ma in quelli successivi diverse furono le modifiche e aggiunte, fino a raggiungere lo stato attuale: un articolato susseguirsi di sale, volte, grotte e ambienti di servizio, su più livelli, collegati da scale e cunicoli scavati nella roccia. Il complesso principale comprende due chiese sovrapposte, la Chiesa Superiore e la Chiesa Inferiore, e un affascinante sistema di grotte e di cappelle interamente (e magnificamente) affrescate.Dalla Chiesa Superiore si accede poi al cosiddetto “Cortile dei Corvi”. La sua storia è legata alla vicenda narrata da San Gregorio Magno, del corvo che portò via un boccone di pane avvelenato, offerto da prete Fiorenzo a San Benedetto, nel tentativo di ucciderlo. E fino a non molto tempo fa, in ricordo di questo episodio, nel cortile sono stati amorevolmente allevati corvi in gesto di gratitudine. LEGGI TUTTO

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    Le Grotte di Nettuno, natura da amare

    Il film s’intitola “L’isola degli uomini pesce”, anno 1978, con scenografie ispirate ai racconti di Jules Verne. E per ricreare le perfette suggestioni di un mondo sottomarino, non desta scalpore il fatto che il regista Sergio Martino abbia scelto come set cinematografico le Grotte di Nettuno, affascinante opera d’arte “scolpita” dalla natura nei pressi della bellissima città di Alghero, in provincia di Sassari. Più esattamente, all’interno della vicina area marina protetta di Capo Caccia-isola Piana, che fa parte del Parco di Porto Conte.

    Prima di descrivere le straordinarie meraviglie custodite al loro interno, ripercorriamone brevemente la storia. Come spesso accade, la loro scoperta fu del tutto casuale, ad opera di un pescatore della zona alla fine del Settecento. Il clamore suscitato dalla loro bellezza fu tale, che ben presto divennero meta di viaggio per nobili e celebri visitatori da tutta Europa: Carlo Alberto di Savoia, ad esempio (il cui passaggio è ricordato da due lapidi in marmo incise a ricordo delle sue prime due visite); ma anche il Duca di Buckingham, il Barone di Maltzan, e il Capitano inglese William Henry Smith (che fu il primo a realizzare una piantina della grotta), e tanti altri. A quel tempo, l’accesso alle sale avveniva solo via mare (lo si può fare ancora oggi); solo nel 1959, infatti, fu costruita l’Escala del Cabirol, che con i suoi ripidi 654 scalini scavati nella roccia consente di raggiungere l’ingresso della grotta, posto a pochi metri dalla superficie del mare, anche via terra.
    Ma questa è solo la storia più recente delle Grotte di Nettuno. La loro formazione, infatti, risale a circa due milioni di anni fa, e molto probabilmente era già utilizzata nel Neolitico dai primitivi abitanti del luogo; oltre ad essere stata abitata per anni, in tempi più recenti, dalla foca monaca del Mediterraneo, prima di sparire e di divenire uno dei 6 mammiferi a maggiore pericolo di estinzione al mondo.

    Il percorso all’interno delle grotte, nella parte aperta al pubblico, è di circa un chilometro. Ma ciò che realmente colpisce, tra una moltitudine di stalattiti e stalagmiti alte fino a 18 metri, e bizzarre formazioni rocciose, è la varietà di ambienti che si incontrano, la loro maestosità e le incredibili suggestioni che sono in grado di generare. Le prime arrivano forti dal lago La Marmora, che con la sua lunghezza di 100 metri e la profondità di 9, viene considerato uno dei più grandi laghi salati d’Europa. Attraverso le sue acque trasparenti è facile scorgere il cosiddetto “Albero di Natale”, una colonna di roccia dall’inconfondibile forma. E poco più avanti, ecco spuntare la spiaggetta sabbiosa al centro della quale si trova la celebre acquasantiera, una gigantesca formazione stalagmitica, che sulla cima ospita delle piccole vasche di pietra, in cui si abbeverano gli uccelli che frequentano la grotta. Proseguendo lungo il sentiero, si incontrano la Sala delle Rovine e, subito dopo, quella che forse, più di tutte, lascia sbalorditi col naso all’insù: la Sala della Reggia con le sue altissime arcate di roccia. A seguire, si incontrano la Sala dell’Organo (che ospita una colonna alta circa 49 metri, con delle colate che somigliano alle canne di un organo), e la Sala delle Trine e dei Merletti, con le tipiche colonnine. E come ogni spettacolo che si rispetti, ecco il gran finale: a chiudere l’itinerario è la suggestiva Tribuna della Musica, una sorta di affaccio panoramico sulla grotta, da cui si scorge anche il mare.

    Questa appena descritta, come accennato, è la parte fruibile dagli oltre 150.000 visitatori che ogni anno raggiungono Capo Caccia per visitare l’antro. Di fatto, però, sono tante le meraviglie di queste cavità riservate ai soli speleologi. In particolare, due laghi sotterranei, il lago dei Funghi e il lago Semilunare (profondo più di 50 metri), collegati dalla cosiddetta galleria Metrò. Ma è tutta la zona ad essere considerata di rilevante interesse speleologico, come dimostrano le numerose caverne, alcune anche subacquee e di grande bellezza, come la Grotta di Nereo (la più grande cavità sommersa d’Europa), meta privilegiata dei diving locali. LEGGI TUTTO