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    College USA: l’universo coach, tra ex giocatori e curiosità

    Steve Denton

    Nei giorni scorsi il padre di Ben Shelton ha deciso di lasciare il ruolo di head coach dell’Università della Florida per dedicarsi a tempo pieno all’attività di coach del figlio in giro per il mondo. Una scelta non semplice da prendere per il capo allenatore di un college, un ruolo prestigioso, remunerativo, stimolante e pieno di responsabilità. “Gran parte degli allenatori amano dire che non vorrebbero fare altro di diverso nella propria vita professionale” si legge sul sito dell’Intercollegiate Tennis Association”. Un lavoro di cui andare orgogliosi quindi e che non è fatto solo di allenamenti quotidiani, campionati a squadre, trasferte, eventi e sviluppo umano e tennistico degli studenti-giocatori, ma anche di ricerca continua di nuovi prospetti, di raccolte fondi, di impegni per e nella comunità.
    Abbiamo dunque provato a fare qualche passo dentro il mondo dei coach dei college americani per delineare un piccolo quadro fatto di storie e di nomi. Abbiamo scoperto che non sono pochi gli ex tennisti professionisti che a fine carriera sono diventati allenatori da college. Abbiamo giocatori di altissimo livello come Steve Denton (best ranking ATP numero12 nel 1983 e finalista due volte agli Australian Open) che è l’head coach di Texas A & M dal 2006 e come Jimmy Arias numero 5 del mondo nel 1984 ed attualmente vice coach a South Florida. C’è anche chi come Matt Anger (best ranking ATP numero 23 nel 1986) è una vera istituzione nell’università di Washington dopo 28 stagioni da head coach.
    Abbiamo poi un serie di ex top 100 del ranking ATP come Paul Goldstein, Bobby Reynolds, Brad Pearce rispettivamente i capo-allenatori di Stanford, Auburn e della Brigham Young University. Nella lista riconosciamo anche altri nomi meno famosi come Chris Garner (numero 120 del mondo nel 1991) e il francese Cedric Kauffman famoso per aver quasi battuto Pete Sampras al primo turno del Roland Garros del 2001. Garner è capo allenatore della Naval Academy Atheltics, mentre Kauffman lo è a Kentucky.
    Fra le curiosità possiamo citare la presenza di John Roddick, fratello di Andy a Florida Central e il particolare caso di Kris Nord che nei suoi 35 anni da head coach nell’Università del Montana è stato allenatore non solo delle squadre di tennis, ma anche di quelle del golf.
    Nella lettura delle schede dei coach ci ha colpito leggere fra i record di vittorie e i traguardi raggiunti, il particolare merito attribuito al messicano David Roditi, coach storico di Texas Christian University ovvero l’aver ispirato un’atmosfera unica durante gli incontri casalinghi della squadra di tennis, portando 2.000 tifosi a sostenere gli atleti della TCU a ogni partita e facendo diventare il Bayard H. Friedman Tennis Center uno dei luoghi più difficili in cui giocare nella nazione per gli avversari.
    C’è però anche del torbido fra le storie legate ai coach. Gordon Ernst, ad esempio, vera e propria leggenda del tennis del Rhode Island, è finito per 30 mesi in carcere per aver intascato qualcosa come 3,5 milioni di dollari di tangenti per favorire l’ammissione al programma sportivo di Georgetown University di studenti delle scuole superiori provenienti da famiglie agiate e che non avrebbero avuto i titoli tennistici per diventare componenti della squadra di Georgetown. Non meno gravi le vicende che riguardano Rex Ecarma sospeso nel 2019 dall’università di Louisville in seguito a un’indagine sui maltrattamenti inflitti ai propri allievi nel corso dei 29 anni di servizio nel prestigioso college e coinvolto nel 2021 (senza però essere incriminato) in un incidente stradale che ha causato la morte di un 34enne.
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    Tristan Boyer, segni particolari: “terraiolo”

    Tristan Boyer

    “After two years at Stanford, it’s time for me to focus all my energy on the sport I love. Playing pro tennis is what I’ve been dreaming of since I was a kid, and it’s so awesome I have the opportunity to pursue that goal without giving up a world-class education. Thank you, Stanford, I had so much fun”.
    Con queste parole, nell’aprile del 2022, Tristan Boyer ventiduenne di Altadena (California), dava l’addio al college di Stanford avendo deciso di dedicarsi a tempo pieno all’attività di tennista professionista. Ma sento già la domanda che risuona dietro gli schermi: chi diavolo è questo Boyer?
    Ex numero 8 del mondo a livello junior (agli Australian Open 2018 aveva inflitto un severo 6-3 6-1 al nostro Musetti), Tristan aveva già provato nel biennio 19-20 i primi passi nel circuito Pro, con una serie di tornei giocati fra Turchia ed Egitto. Nel 2020 nel frattempo aveva però cominciato la sua carriera universitaria a Stanford e quindi le sue presenze nei tornei si erano diradate, tanto che nel 2021 erano stati solo due gli ITF disputati. Nonostante ciò proprio nel corso di uno questi due tornei era arrivato il primo exploit di Boyer che aveva raggiunto la finale nell’M25 di Calabasas cedendo in una tiratissima finale a Rinky Hijikata.
    Torniamo dunque alla sue decisione di lasciare il college, siamo nella primavera del 2022 e Tristan ha in programma una serie di tornei sulla terra sudamericana. Uno dei tratti peculiari di Boyer è infatti quello di essere uno dei pochi giocatori a stelle e strisce che ama giocare sulla terra. Si allena in Argentina, il suo allenatore è Diego Cristin ex coach di Tomas Etcheverry e il suo è un tennis aggressivo che sfrutta la pesantezza di colpi da fondo molto arrotati.
    In realtà nel 2022 di tornei Boyer ne giocherà solo uno, il Challenger di Buenos Aires perché la sorte ha in serbo per lui una serie di problemi fisici che lo terranno lontano dai campi fino a fine anno.
    E’ solo nel 2023 quindi che la carriera da pro di Tristan Boyer ricomincia il suo corso: nei primi tornei in Sudamerica registra un record di quattro vittorie e quattro sconfitte, poi si trasferisce negli Stati Uniti per i Challenger su terra verde con una classifica intorno alla posizione 1500. A Sarasota supera le quali e al primo turno batte Jack Sock prima di doversi ritirare contro Galan, a Tallahssee ancora acciaccato perde contro il nostro Potenza e a Savannah fa il colpaccio. Supera le qualificazioni e si issa fino alla finale battendo fra gli altri Enzo Couacaud (numero 153 del mondo).
    Dalla prossima settimana Tristan sarà a un passo dai primi 500 del mondo. Fisico da decatleta, capacità di far male all’avversario con entrambi i fondamentali, ottimo servizio, gran lottatore e linguaggio del corpo esemplare in campo, Tristan Boyer non sarà Ben Shelton o Alex Michelsen, ma ha tutto per entrare a far parte del tennis che conta.
    Antonio Gallucci LEGGI TUTTO

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    Chris Eubanks, non è mai tardi

    Chris Eubanks, classe ’96

    Fino ad agosto dello scorso anno le partite di Chris Eubanks provocavano in me un sentimento fatto di ammirazione e frustrazione. Ammirazione per il suo essere un magnifico e istintivo produttore di gioco, per quel mix di grazia e potenza nel suo tennis; ma suscitavano anche rabbia per quel rovescio bello ma tremebondo, per quell’apparente pigrizia e soprattutto per la brutta sensazione che Chris, in fondo, non ci credesse per davvero.
    Poi a partire dalle quali degli US Open 2022 le cose sono cambiate. Da quel momento fino a Delray Beach Eubanks ha messo su un record di 26 vittorie e 10 sconfitte, giocando due tabelloni principali degli Slam e approdando a due finali Challenger, perse con Shelton. Una continuità sconosciuta in carriera per il ragazzo di Atlanta, allenato dall’ex giocatore sudafricano e giovanissimo coach Ruan Roelofse (33 anni).
    E adesso, dopo un paio di settimane complicate, l’exploit del Masters 1000 di Miami con le qualificazioni superate e le vittorie nel tabellone principale contro Coric e Barrere. Exploit che ha assicurato per la prima volta a Eubanks un posto nei primi 100 del mondo.
    Quella di Eubanks è una carriera caratterizzata da un lento, ma costante miglioramento. Una crescita avvenuta nell’ombra, a dire la verità, visto che i primi risultati ottenuti da Eubanks nel 2017 avevano illuso il mondo tennistico statunitense di aver trovato un talento pronto ad esplodere. In quell’anno infatti Chris aveva giocato una grande stagione a livello di College, raggiunto i quarti nel torneo di Atlanta, superato le quali nel Master 1000 di Cincinnati e ottenuto una wild card per il tabellone principale degli US Open. I due anni seguenti avevano però visto Eubanks faticare a emergere nel mondo dei Challenger: nel 2018 il nativo di Atlanta registra un record di 38 vittorie e 29 sconfitte, con il successo al Challenger di Leon come miglior risultato, mentre nel 2019 il record di 27 vittorie e 29 sconfitte è piuttosto deludente con la qualificazione ottenuta nello Slam australiano come unico acuto della stagione.

    Chris Eubanks is now into the top 100 in the @PepperstoneFX #ATPLiveRankings for the first time in his career 👏#partner pic.twitter.com/oxeQ7hl7eQ
    — ATP Tour (@atptour) March 28, 2023

    Ma questa è storia. Il presente sono gli occhi limpidi di Chris che faticano a trattenere le lacrime davanti ai microfoni e le telecamere dei media americani presenti a Miami: “It feels good” ripete, “It feels good” per poi sorridere e dire: “Perché sto piangendo? È così imbarazzante… ma no ci si sente bene”.
    C’è dell’orgoglio dietro il sorriso meraviglioso di Eubanks, l’orgoglio di un ragazzo che a 26 anni può dire di essere fra i migliori 100 giocatori del mondo.
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    Intervista esclusiva a Davide Sanguinetti, coach di Mochizuki: “È essenziale guidare il passaggio da juniores a Pro”

    Davide Sanguinetti

    È sempre un piacere parlare di tennis con Davide Sanguinetti. L’ex Pro azzurro, da molti ricordato per i quarti di finale raggiunti a Wimbledon nel 1998, i due tornei ATP vinti in carriera tra cui Milano 2002 battendo Roger Federer in finale e le importanti prestazioni in Coppa Davis, dopo aver appeso la racchetta al chiodo nel 2008 ha intrapreso la carriera da coach, aprendosi al mondo e cercando esperienze a 360°. Del resto non è mai stato una persona banale, sia come tennis in campo – leggero e offensivo – che per le sue dichiarazioni, asciutte e schiette. Il nativo di Viareggio ha iniziato la carriera da coach allenando Vince Spadea, quindi per alcuni mesi Dinara Safina, sorellina di Marat ed ex 1 WTA, per poi passare in varie esperienze tra oriente e USA, assistendo il giapponese Go Soeda, il cinese Di Wu, i fratelli Ryan e Christian Harrison e lo specialista del doppio Michael Venus.
    Adesso è da alcune settimane all’angolo del 19enne Shintaro Mochizuki, numero 271 ATP. Il giapponese è stato numero 1 del mondo Juniores nel 2019, anno in cui ha vinto l’edizione giovanile di Wimbledon. Sbarcato tra i Pro, a livello Challenger il suo miglior risultato è la semifinale raggiunta nel torneo di Matsuyama sul finire dello scorso anno. Nel 2023 ha un record di 23 vittorie e 9 sconfitte.
    Nella chiacchierata con Davide abbiamo parlato del suo giovane assistito, tennista dal buon potenziale ancora tutto da forgiare, ma anche del suo passato da giocatore di College negli USA, per ricondurci alla serie di approfondimenti sul mondo tennistico universitario statunitense che continueremo a trattare anche in prossimi articoli. Sanguinetti da giovane scelse di girare il mondo, lasciando l’Italia a 18 anni per studiare in America tra la Harry Hopman Academy in Florida e UCLA in California. Un’esperienza che ritiene decisiva alla sua crescita umana e sportiva.

    Davide, è la prima volta che si dedica a tempo pieno alla crescita di un tennista giovane come Shintaro Mochizuki. Le chiedo se e in cosa cambia l’approccio del coach quando si trova al fianco di un tennista ai primi passi nel circuito pro.“Occorre lavorare molto sul piano mentale. È essenziale guidare il passaggio dall’essere un giocatore juniores al diventare un giocatore Pro. Due pianeti diversi. Con Shintaro in questa prima fase stiamo imparando a conoscerci: io sto provando piano piano a entrare nella sua testa, mentre lui sta cercando di aprirsi dal punto di vista caratteriale”.
    Nella tournée americana Mochizuki ha giocato un gran torneo a Waco partendo dalle quali, ma sono rimasto colpito dalla partita di Shintaro a Puerto Vallarta contro Elias, in particolare da un dettaglio: la reazione e il fantastico livello di gioco mostrato nel tiebreak decisivo quando si è trovato sotto 1-6. Segno di forza mentale credo.“È vero, quando gioca rilassato si nota e gioca ovviamente meglio. Mentre quando è avanti nel punteggio gli capita di avere dei passaggi a vuoto che lo portano a sbagliare e ad innervosirsi. Fra l’altro a Puerto Vallarta siamo arrivati in una situazione particolare. Shintaro nei quarti di Waco si era fatto male alla schiena e quindi siamo arrivati alla prima partita in Messico dopo quasi quattro giorni senza alcun tipo di allenamento. Ha giocato bene sia la prima partita che la seconda contro il portoghese pur perdendola, ma questi incontri tirati gli servono per capire cosa bisogna fare per vincere partite a livello Pro”.
    Qual è la vostra programmazione per le prossime settimane?“Adesso siamo in Francia, poi nell’ottica di vedere all’opera Shintaro su tutte le superfici, ci metteremo alla prova sulla terra battuta. In pratica giocheremo fino al Roland Garros tornei su terra”.
    Nel tennis di Mochizuki un colpo sicuramente da migliorare è il servizio. In che modo pensa di lavorarci su?“Innanzitutto occorre lavorare sul fisico e aumentare la massa muscolare. Poi dal punto di vista tecnico ci concentreremo sulla spinta delle gambe e della schiena. Il movimento del servizio è una catena e questi due elementi, gambe e schiena, mancano un po’ nel servizio di Mochizuki”.
    Lei ha avuto un’esperienza importante in un College americano. In cosa è stata particolarmente formativa dal punto di vista tennistico e ci sono secondo lei differenze fra i giocatori che uscivano 15-20 anni fa dal College e i giocatori di oggi?“Per me l’esperienza al College è stata fondamentale. Appena uscito dall’università infatti sono subito riuscito a entrare nel circuito Pro. Nei tornei e campionati universitari ciò che viene formata e allenata è la competitività, l’essere pronti settimanalmente a giocare partite importanti e di buon livello. Mi è servito tantissimo. Una differenza invece che mi pare di poter individuare con i tennisti che escono oggi dai College è la cura dell’aspetto fisico. Il mio coach al College non era molto interessato alla parte atletica del tennis e quindi sono stato io poi nel corso degli anni a dover inseguire e migliorare questo aspetto del gioco”.
    Un’ultima domanda sulla questione palline e lentezza dei campi. Molti giocatori si lamentano delle palline che non vanno e delle superfici sempre più lente. Cosa ne pensa?“È innegabile. Si sta cercando di rallentare il gioco… i giocatori si lamentano, ma questa scelta è fatta per il pubblico e per rendere migliore lo spettacolo sul campo da gioco. Certo rispetto a quindici anni fa il paragone è quasi impossibile… Le palline erano veloci e i campi super-veloci… tutto un altro pianeta rispetto alle condizioni di oggi”.
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    Phoenix, molto più di un Challenger

    Veduta del complesso del torneo

    “Come ho sempre fatto, mi affido al processo, lavoro duro e resto concentrato. La stagione è lunga e tornerò presto al mio massimo livello. Apprezzo tantissimo tutto il sostegno. Io e il mio team abbiamo deciso di partecipare al torneo di Phoenix la prossima settimana. Ringraziamo l’@arizonatennisclassic per averci concesso la wild card”.
    In queste poche parole affidate ai social si legge tra le righe tutta la reazione “rabbiosa” del Campione Matteo Berrettini, che ha scelto di scendere di categoria e giocare il qualificato Challenger al via questa settimana in Arizona. Una scelta che riteniamo assai corretta perché a Matteo manca ritmo, mancano le migliori sensazioni, manca quella fiducia che ti fa scattare il corpo e la testa verso la palla, per colpirla sempre più forte e con accuratezza. Quando si cade da cavallo t’insegnano che l’unica medicina è rimontare immediatamente in sella e ripartire. Così Berrettini dopo la brutta sconfitta ad Indian Wells decide di rigiocare subito perché ne sente il bisogno, e pazienza se è in un Challenger, categoria che aveva abbandonato da tempo. E chissà che il caso per una volta abbia pure indirizzato “bene” gli eventi: l’azzurro questo torneo non pensava di giocarlo affatto, ma… l’ha già vinto nel recente passato. La speranza è che proprio su quei campi che già conosce Berrettini riesca a ritrovare quella “confidence” che tanto gli manca. È un Challenger, ma non sarà affatto una passeggiata per Matteo. Infatti, a ben guardare il draw, quello di Phoenix è praticamente un 250 e nemmeno dei peggiori. Del resto questo torneo non solo quest’anno porta in campo un livello molto alto. Ripercorriamo brevemente la storia del tennis a Phoenix.
    Un tempo (dal 1986 al 2005) a rappresentare lo stato dell’Arizona nel calendario dell’ATP c’era Scottsdale. Ricordo da ragazzo la gioia per la vittoria di Stefano Pescosolido in finale contro Brad Gilbert. Era il 1992 e il nome di Pescosolido si inseriva in un albo d’oro incredibile in cui figuravano senza grosse eccezioni, (almeno fino agli anni 2000), nome di grandi tennisti come Agassi, Courier, Lendl, McEnroe, Ferreira, Hewitt, Philippoussis, Pernfors.
    Poi dal 2005 niente più circuito ATP in Arizona fino al 2019 quando il glorioso Phoenix Country Club ha ospitato la prima edizione di un Challenger collocato strategicamente fra il Master 1000 di Indian Wells e quello di Miami. Non uno dei tanti Challenger in calendario quindi, ma un torneo unico fra quelli della sua categoria per la caratteristica di poter accogliere i delusi del primo Master 1000 sul cemento americano e di poter avere un cut off accostabile a quello di un ATP 250.
    Un challenger di lusso quindi e il primo nome che compare nell’albo d’oro di questo torneo è proprio quello di Matteo Berrettini.In un tabellone in cui le prime quattro teste di serie sono Goffin, Chardy,Millman e Kukushkin, Matteo (da numero 57 del mondo) batte nell’ordine Kovalik, Gojowczyk, Sonego, Andreozzi e si impone in finale su Mikhail Kukushkin, (in quel momento numero 43 nella classifica ATP), al termine di una partita tiratissima, con Berrettini capace di annullare un match point prima di rimontare e chiudere con il punteggio di 3-6 7-6 7-6.
    Non disputato nei successivi due anni a causa del covid, il torneo di Phoenix riapre i battenti nel 2022, anno in cui le prime quattro teste di serie sono Paire, Musetti, Rinderknech e Struff. A trionfare in questa edizione è però Denis Kudla che riesce ad emergere in una parte di tabellone presidiata da Musetti, Wolf e Verdasco per poi battere in finale il tedesco Altmaier. Poca fortuna per gli italiani questa volta: Cecchinato viene sconfitto al primo turno da Verdasco e Musetti al secondo da JJ Wolf.
    Trascorso un anno, il Challenger di Phoenix è di nuovo alle porte e questa volta porta con sé il titolo di primo torneo della categoria 175 in programma nel calendario ATP. Nel momento in cui scriviamo ben 12 giocatori fra i top 60 del mondo sono iscritti al torneo e lo spettacolo, siamo certi, non mancherà sui campi dello storico Phoenix Country Club.
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    I più interessanti tennisti USA under 20, tra la scalata al mondo Pro e l’universo College (parte seconda)

    Learner Tien (foto USTA)

    Alcuni giorni fa abbiamo puntato la nostra lente negli Stati Uniti, andando a presentare i prospetti statunitensi under 20 più interessanti. Nella prima parte della nostra disamina, abbiamo parlato dei giovani già impegnati pienamente sul tour Pro. Nella seconda parte passiamo a considerare i ragazzi che sono già impegnati nel circuito universitario o quelli che sono inseriti nella “Recruiting List” della classe 2023, ovvero che termineranno quest’anno l’high school e nel 2024 entreranno nel college.

    Ethan Quinn: diciannove anni, numero 467 del mondo e nuova promessa del tennis statunitense. Ha chiuso l’anno come primo nella classifica di fine anno della ITA Collegiate Tennis Rankings (pur essendo una matricola). Giocatore dallo splendido tennis, capace di far tutto in campo. Vincitore nel 2022 di due ITF a San Diego e Champaign e già in grado di portare al terzo set buoni giocatori come Delbonis, Thompson e Kovacevic. Ha cominciato la stagione 2023 dedicandosi esclusivamente al campionato universitario con Georgia University, ma probabilmente a causa della pressione di giocare da numero uno della classifica universitaria ha inanellato una serie di sconfitte e soprattutto prestazioni molto deludenti. Sono curioso di vederlo tornare all’opera nei tornei del circuito ATP.

    Alexander Bernard: diciannove anni e numero 610 del mondo. Giocatore di Ohio State. Stagione anonima la sua quella scorsa, almeno fino all’exploit di novembre quando è riuscito a conquistare l’ITF M 25 di Columbus garantendosi così un notevole balzo in classifica. Prospetto interessante, ma con dei limiti di consistenza e pesantezza di palla che superano a mio parere i possibili margini di miglioramento.

    Michael Zheng: 19 anni, numero 967 del ranking ATP, giocatore della Columbia University. Nel 2022 è stato finalista del torneo juniores di Wimbledon, mentre a livello Pro il suo miglior risultato è stata la finale raggiunta in aprile a Orange Park, partendo dalle qualificazioni e perdendo in finale contro Yibing Wu con il punteggio di 7-6 7-5. Zheng è al momento un magnifico, ma acerbo, produttore di gioco (proprio per la sua facilità nell’impatto e costruzione può ricordare il miglior Tomic): gran servizio, propensione a cercare la rete con una leggerezza che sa di classico, capacità di giocare vincenti con apparente facilità da tutte le parti del campo con colpi “puliti” e penetranti. Manca ancora, come è normale che sia per questo tipo di tennista, della continuità di gioco e della consistenza che gli possano permettere di portare a casa le partite con una certa costanza. Nel 2023 ha giocato un solo torneo, a Ithaca, perdendo al primo turno contro Lucas Renard.

    Ecco invece i prospetti della “Recruiting List” della classe 2023, forse una delle più intriganti di sempre.
    Learner Tien: 17 anni, numero 784 del mondo e primo nella “Recruiting List” della classe 2023. Giocherà già da questa estate per University of Southern California. Thien è un mancino talentuosissimo in possesso di un anticipo sulla palla e di una capacità di trovare gli angoli del campo fuori dal comune. Reduce dalla finale juniores dello Slam australiano, a livello Pro ha già all’attivo due semifinali e una finale. Notevole in particolare il torneo giocato a Malibu (un ITF M25), dove Tien ha sconfitto fra gli altri il rumeno Boitan e il top 400 del mondo Govind Nanda. Learner ha anche un un’esperienza con il grande tennis, visto che ha ricevuto una wild card per lo scorso US Open, slam dove ha strappato il primo set a Miomir Kecmanovic.

    Alex Michelsen: diciotto anni, numero 466 del mondo e numero due nella “Recruiting List” della classe 2023. Prospetto super interessante. Giocatore piuttosto atipico, uno strano incrocio fra Reilly Opelka e Jenson Brooksby, in grado di mettere in mostra un efficace tennis offensivo, ma anche in possesso di gambe e solidità da fondo per vincere le partite grazie alla solidità e all’acume tattico. A partire da novembre il suo record a livello ITF recita diciotto vittorie e due sconfitte con annessa vittoria di due tornei a Edmond e East Lansing. Giocherà anche lui, come Ethan Quinn per Georgia University, a meno che i risultati ottenuti durante l’anno nel circuito Pro non saranno così buoni da convincerlo a cambiare idea.

    Kyle Kang: diciotto anni, numero 902 del mondo e terzo nella “Recruiting List” della classe 2023. Per il 2024 ha un accordo verbale con Stanford University. Nonostante l’età, Kang è un giocatore già in possesso di una consistenza di gioco tale da permettergli una certa continuità di risultati a livello ITF: una semifinale a Sunrise e tre quarti di finale, battendo tennisti di buon livello come Daniel Vallejo, Strong Kirchheimer, Patrick Kypson e Omni Kumar. Credo che abbia già la struttura fisica e la solidità mentale per cominciare a fare risultati ancora migliori nel 2023.

    Aidan Kim: diciotto anni, numero 944 del mondo e numero quattro nella “Recruiting List” della classe 2023. Prospetto a dir poco intrigante per il suo stile di gioco irrimediabilmente proiettato verso la rete, pur non avendo un servizio eccezionale. A novembre dello scorso anno Kim ha ottenuto il primo risultato importante della carriera Pro raggiungendo la semifinale a Fayetteville e replicando pochi mesi dopo (febbraio 2023) il risultato a Weston, con una semifinale giocata alla pari con il rumeno Boitan, vero e proprio dominatore di questo inizio di stagione nel circuito ITF statunitense. Non sappiamo quale livello raggiungerà, ma di certo Aidan Kim sarà un giocatore che varrà la pena veder giocare.

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    I più interessanti tennisti USA under 20, tra la scalata al mondo Pro e l’universo College (parte prima)

    Aidan Mayo (foto Tennis Canada)

    Andando a scrutare le classifiche del tennis maschile, c’è un dato che fa piuttosto impressione: fra i primi 50 tennisti del mondo, 11 sono giocatori statunitensi ed eccetto John Isner, gli altri dieci o sono giovanissimi o sono da poco entrati nella fase centrale della loro carriera, quella potenzialmente migliore. Preso dunque atto della rinascita del tennis statunitense, dopo alcuni anni di crisi, ci siamo chiesti quali sono i migliori prospetti al di sotto dei 20 anni che ci offre il movimento tennistico a stelle e strisce.
    Fra i prime mille giocatori del mondo ci sono undici giocatori under 20, ma bisogna fare due osservazioni. La prima è che nessuno dei giovani statunitensi è nella top quindici degli under 20 presenti nel ranking ATP. La seconda è che occorre considerare l’incidenza della realtà del tennis universitario nella classifica e nell’attività Pro di buona parte dei prospetti americani. Quindi divideremo quest’analisi in due parti: la prima sarà dedicata agli under 20 che hanno già iniziato a tempo pieno l’attività Pro, la seconda a quelli che hanno scelto di entrare al college. Cominciamo con i primi, già dentro al mondo del tennis professionistico.

    Martin Damm Jr: il primo giocatore che prendiamo in considerazione è il diciannovenne Martin Damm, figlio dell’ex top 50 degli anni ‘90. Damm Jr è attualmente il numero 446 del mondo. Nella scorsa stagione ha vinto due ITF 25 a Santo Domingo e ad Harlingen, mentre quest’anno ha cominciato la sua annata con una tournèe europea che finora ha portato in dote come buon risultato solo la semifinale a Sunderland. Il suo bilancio recita al momento quattro vittorie e cinque sconfitte, anche se c’è da notare che due delle sconfitte sono avvenute al tiebreak decisivo del terzo e una con il punteggio di 7-5 al terzo. Mancino, alto 198 cm, è il classico giocatore da campi veloci, ma fin dall’inizio della sua attività pro (nel 2019) ha scelto di giocare, a scopo formativo, molti tornei sulla terra battuta, superficie dove è comunque riuscito a raggiungere tre finali a livello ITF. In piccolo sembra poter ricalcare il percorso di crescita di Sebi Korda, caratterizzato da gradualità e competenza dello staff che lo affianca.

    Aidan Mayo: diciannovenne di Sacramento, giocatore estroso e personaggio anticonformista. Numero 517 del mondo. Carta d’identità: piedi velocissimi, gambe esplosive (alla Shapovalov), dritto solido e servizio incisivo. Gioca un rovescio monomane (piuttosto insicuro a dire la verità) in palleggio e il bimane in risposta. Poche settimane fa, nel Challenger di Cleveland, ha strappato un set a Yibing Wu, mentre a livello ITF ha come miglior risultato una semifinale a Santo Domingo. Aidan ha però giocato il miglior tennis della sua giovane carriera nel challenger di Granby dove, partendo dalle qualificazioni ha incredibilmente raggiunto la semifinale. Di sicuro Mayo offre un tennis spettacolare, pieno di vincenti e variazioni, ma temo che il costante bisogno di proteggere il rovescio spostandosi di dritto, possa permettergli di vincere partite con continuità fino a un certo livello. Quindi parola d’ordine per il 2023 è migliorare quel benedetto rovescio.

    Bruno Kuzuhara: il vincitore degli Australian Open 2022 è attualmente il numero 625 del mondo. I suoi risultati migliori sono arrivati nei tornei ITF giocati ad Antalya in Turchia, due semifinali nella prima parte dell’anno e poi due finali sul finire della stagione. Kuzuhara ha avuto anche un paio di occasioni per misurarsi con i giocatori del circuito maggiore: nel primo turno delle qualificazioni dell’ATP di Atlanta è infatti arrivato ad un passo dalla vittoria contro Steve Johnson, mentre nel tabellone di qualificazioni degli US Open ha battuto l’indiano Ramanathan prima di cedere nettamente a Flavio Cobolli. Un’annata, quella scorsa, non proprio esaltante per lo statunitense nato in Brasile e il nuovo anno non sembra essere cominciato nel migliore dei modi visto il pesante 6-1 6-0 subito per mano di Michael Mmoh nel primo turno delle qualificazioni degli Australian Open. Kuzuhara ha una bella mano, notevoli doti anticipo e due piedi superveloci, ma la sua palla temo sia ancora troppo leggera per ambire a un salto di livello. Credo che la terra battuta sia la superficie su cui, almeno al momento, potrà ottenere i migliori risultati per salire in classifica, come testimoniano i quarti appena raggiunti sulla terra verde di Palm Coast.

    Victor Lilov: 19 anni, numero 683 del mondo. Ragazzo appassionato di storia del tennis e che, non a caso, cita fra i suoi idoli Ivan Lendl, è stato finalista a Wimbledon juniores nel 2021. Il suo è in realtà un tennis più adatto alla terra battuta, ma presenta ancora evidenti limiti di consistenza. Nonostante questa carenza Lilov ha messo a segno alcuni risultati importanti sul finire della scorsa stagione come la vittoria di un ITF a Lima e la semifinale sul cemento di Santo Domingo. Il suo inizio di 2023 è stato finora deludente con due vittorie e quattro sconfitte, due delle quali arrivate per mano del più giovane Bruno Kuzuhara.

    Dali Blanch: il secondo dei fratelli Blanch, (Ulises frequenta già il circuito da alcuni anni, Darwin è invece impegnato nel circuito juniores), ha 19 anni e occupa la 815esima posizione mondiale, a testimonianza della difficoltà a vincere partite a livello Pro. Nel 2022 l’unico risultato di un certo rilievo per lo statunitense che si allena in Spagna è la semifinale raggiunta nel’ITF M25 di Bakio in Spagna. Poi però sono arrivate tante sconfitte di cui sette al primo turno che hanno costretto Dali a cominciare il nuovo anno in una posizione in classifica ben lontana dal suo best ranking (665 nel settembre del 2022).
    A breve seguirà la seconda parte, dedicata ai ragazzi che sono già impegnati nel circuito universitario.
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    Intervista a Leonardo Rossi: “Giocare a tennis mi fa sentir bene”

    Leonardo Rossi

    “Giocare a tennis mi fa sentir bene…. In campo gioisco, mi arrabbio, tiro fuori il meglio e il peggio di me… Insomma un mix di emozioni che mi fanno sentire vivo ogni giorno!”
    Così, tre anni fa, spiegava in un’intervista il suo rapporto con il tennis un giovane italiano che proprio la scorsa settimana ha fatto il suo ingresso fra i prime mille giocatori del mondo. Stiamo parlando di Leonardo Rossi, toscano, venti anni e numero 977 nel ranking ATP. Accendiamo i nostri riflettori su di lui.
    Leonardo cresciuto nel (e attualmente tesserato per il) Tennis Club Pistoia, ha vissuto un’intensa stagione 2022 a livello ITF, la prima vera a livello pro ed ha aperto l’anno con una splendida semifinale a Sharm ElSheik. Abbiamo fatto alcune domande a Rossi per cominciare a conoscerlo meglio.
    Ci descrivi il tuo tennis? C’è un giocatore a cui ti ispiri?Come tipologia di giocatore sono un attaccante da fondocampo, mi piace fare gioco con i due fondamentali. Anche se gioco il rovescio bimane, uno dei miei idoli è sempre stato Simone Bolelli.
    Il record della tua scorsa stagione recita 50 vittorie e 26 sconfitte. In sostanza hai vinto davvero tante partite. Poi a settembre le gemme dei due quarti di finale conquistati partendo dalle quali. Possiamo definirla la stagione della consapevolezza?Sì assolutamente, lo scorso anno è stato il primo in cui sono riuscito a dare più continuità a livello ITF e partendo sempre dalle qualificazioni ho avuto la possibilità di giocare tante partite e di vincerne molte. Nel corso della stagione sono riuscito a qualificarmi in molte occasioni e a quel punto ho capito di avere il livello per competere con i giocatori del main draw. Un’ulteriore spinta a livello di consapevolezza è stata la conquista dei primi punti ATP.
    Su quale parte del tuo gioco dal punto di vista tecnico stai lavorando in questo periodo?Sto lavorando principalmente su due aspetti: il primo è riuscire a gestire meglio il primo colpo dopo il servizio e il secondo migliorare la mia lettura e abilità nell’approccio a rete, che considero una parte fondamentale per sviluppare ulteriormente il mio gioco.
    Qual è la caratteristica dal punto di vista mentale e di atteggiamento sul campo che ti contraddistingue? E dove invece credi di dover migliorare?Una caratteristica che credo mi contraddistingua è una buona sicurezza nei miei mezzi e il poter competere con qualsiasi tipo di avversario. Credo di dover migliorare nel mantenimento del livello di attenzione, evitando così cali di concentrazione nel corso della partita.
    Ti sei posto un obiettivo di classifica da raggiungere per il 2023? O sei concentrato al momento solo sullo sviluppo del tuo gioco?Sono molto concentrato sul miglioramento della mia professionalità e del mio gioco a 360 gradi, credo che migliorando sotto questi aspetti una crescita a livello di ranking sia direttamente proporzionale.
    Ultima curiosità, mi interessa il parere di un tennista giovane: sei favorevole all’idea di modificare qualcuna delle regole del tennis per rendere le partite meno lunghe?No. Io sono abbastanza tradizionalista e mi piacciono le regole di punteggio che sono sempre esistite. Credo che altrimenti si rischierebbe di snaturare la vera essenza del gioco.

    Antonio Gallucci LEGGI TUTTO