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Wimbledon, Tim Van Rijthoven agli ottavi: chi è il prossimo avversario di Djokovic

Nole e Tim, appuntamento con il destino. Mentre ancora stringeva tra le mani il titolo vinto a Hertongenbosch, conquistato al termine di una settimana da favola, che qualcuno troppo velocemente aveva derubricato a stato di grazia che non si ripeterà più, Van Rijthoven, oggi numero 104 del mondo, ma ai tempi fuori dai primi 200 nel ranking ATP, sperava di poter affrontare Novak Djokovic al primo turno di Wimbledon, lo Slam che, dopo aver sognato insieme a lui, aveva deciso di premiarlo con una preziosa wild card. Desiderio esaudito, ma non subito, per chi è il più giovane a raggiungere la seconda settimana ai Championships dal 2011, dall’anno in cui Bernard Tomic non si era ancora perso, tra intemperanze e una cronica pigrizia dalla quale, senza forza di volontà, non si guarisce davvero mai. E chissà che, in un’edizione mai così imprevedibile e così allergica alle tradizioni, la partita non possa avere un finale più che mai a sorpresa. 

Un ottavo di finale a Wimbledon è il risarcimento che il destino ha regalato a Tim, l’olandese di Roosendaal, classe 1997, l’anno di nascita di top ten come Zverev e Rublev, ma che mai si era anche lontanamente avvicinato ai traguardi raggiunti dai coetanei. Eppure, da juniores, Van Rijthoven era il ragazzo “che sarebbe arrivato”, il talento cristallino con il rovescio a una mano così simile a quello di Wawrinka e con una varietà tattica in grado di imbrigliare i coetanei. Ne aveva saputo qualcosa Stefanos Tsitsipas. Correva settembre 2016 e il greco aveva affrontato Tim in semifinale nel Futures di Gatineau, uscendone sconfitto per 7-5 al terzo set. L’olandese poi avrebbe perso la finale contro il canadese Brayden Schnur, un nome come tanti che non ha trovato fortuna nel circuito maggiore. Probabilmente, però, lì per lì Van Rijthoven non se ne sarà preoccupato più di tanto: a 19 anni il futuro è sempre roseo e ci si sente sempre invincibili, fisicamente e mentalmente. 

Il tennis, però, vive di sliding doors, le quali, molto spesso, coincidono con gli infortuni che non si vorrebbe mai affrontare. A dicembre 2016, nei quarti di finale nel Futures di Tallahassee, Tim sente un crack al polso. Un crack di quelli che suggeriscono da subito uno stop lungo, ma che non si sa mai come curare: operarsi fa paura, scegliere la terapia conservativa vuol dire non sapere mai quando poter tornare in campo. Per tutto il 2017, Van Rijthoven non si vede in giro, nel biennio 2018-2019 non riesce a costruirsi la classifica anche soltanto per giocare nei tornei Challenger e nel 2020, prima ancora che il coronavirus stravolga il calendario ATP, si ferma per altri nove mesi. Nel mezzo, problemi all’inguine, spasmi alla schiena e persino un intervento per curare una trombosi al braccio. 

Poi, la terapia. Non riabilitativa, ma nei risultati. L’erba che, contro ogni logica, nonostante sia la superficie più pericolosa per un tennista, si rivela la più amica di Tim. A inizio 2022, la stella di Van Rijthoven torna a brillare in Italia. A febbraio, in una fredda Forlì, ossia a 870 km da Santa Margherita di Pula, lì dove nel 2016 tutti si ricordano di lui per la personalità e per la qualità di tennis espresso in campo, l’olandese partecipa al Challenger numero 4 in stagione e, partendo dalle qualificazioni, viene sconfitto in finale dal britannico Jack Draper, un altro che a Wimbledon 2022 ha impressionato, battagliando con l’australiano Alex de Minaur per quattro set. 

La finale è un presagio incoraggiante, una promessa che si avvera quattro mesi dopo. Van Rijthoven riceve una wild card per entrare nel tabellone principale dell’ATP 250 di Hertongenbosch e, al secondo torneo giocato nel circuito maggiore, prima sorprende il campione di Indian Wells, Taylor Fritz, poi, in semifinale, imbriglia uno specialista sull’erba come Auger-Aliassime. In finale l’olandese sembra spacciato contro Daniil Medvedev, numero 2 nella classifica ATP soltanto formalmente, perché già sicuro di mettersi la medaglietta di re sul petto 24 ore dopo. Eppure esistono favole che devono per forza avere un lieto fine. Niente festa per Daniil, tutti gli occhi su Tim, maestro di slice al veleno e di smorzate sulle quali il russo non soltanto è inerme, ma è anche progressivamente più nervoso, quasi irritato da chi sembra volare in campo senza sforzo. 

Per avere la meglio su Novak Djokovic, il tre volte campione uscente a Wimbledon, il signore indiscusso sull’erba più prestigiosa e iconica di tutte, Van Rijthoven dovrà continuare a volare, come è tradizione per chi è olandese. Dovrà continuare a volare e a sognare. Un esempio da seguire esiste già: nel 2001, da wild card, Goran Ivanisevic, baciato dalle stelle partita dopo partita, arrivò fino in finale e, in un’epica battaglia terminata di lunedì, sconfisse 9-7 al quinto set contro e si regalò un Wimbledon inseguito e perso tre volte contro due totem come Agassi e Sampras e agguantato all’ultima chiamata, da numero 125 ATP. Non è un ranking così dissimile rispetto a quello di Van Rijthoven.

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