Simone Vagnozzi non ama i riflettori, ma nel percorso che ha portato Jannik Sinner ai vertici del tennis mondiale il suo peso è enorme. Il tecnico marchigiano continua a lavorare lontano dal clamore mediatico, con quella discrezione che spesso accompagna i grandi uomini di sport, ma il suo contributo alla crescita del numero 1 del mondo è sotto gli occhi di tutti. In un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Vagnozzi ha raccontato alcuni aspetti chiave del rapporto con Sinner, soffermandosi anche sulla rivalità con Carlos Alcaraz, sulla scelta di giocare il Mutua Madrid Open 2026 e sul lavoro quotidiano che c’è dietro l’evoluzione dell’azzurro.
La decisione di disputare il Masters 1000 di Madrid, per esempio, nasce da una logica molto precisa. “Abbiamo avuto tanto tempo per allenarci già prima di tornare a competere a Indian Wells e pensavamo che sarebbero state troppe settimane senza partite tra Monte-Carlo e Roma”, ha spiegato Vagnozzi. Secondo il coach italiano, in una fase in cui Sinner sta bene fisicamente e attraversa un momento di grande fiducia, fermarsi troppo a lungo avrebbe potuto spezzare il ritmo. “Non c’è allenamento migliore della competizione e, quando giochi bene e vinci, il dispendio di energie è anche minore. Non vogliamo che perda il ritmo partita che ha adesso”.
Vagnozzi ha poi parlato del successo di Monte-Carlo e dell’importanza di aver ripreso la vetta del ranking ATP, un traguardo che ha un significato profondo anche per tutto il team. “È stato emozionante vincere a Monte-Carlo per tanti motivi, e uno di questi era tornare al numero 1. Certo, quello che conta davvero è chiudere la stagione in testa, ma riprendersi la classifica dopo essere stato fermo tre mesi l’anno scorso è un risultato enorme”. In questo contesto si inserisce anche la rivalità con Carlos Alcaraz, ormai centrale per il tennis contemporaneo. Vagnozzi non nasconde quanto queste sfide siano stimolanti: battere lo spagnolo, spiega, è speciale perché costringe Sinner e il suo staff a trovare soluzioni nuove, a non sentirsi mai arrivati. E proprio per questo ammette che sarebbe un peccato non vedere Alcaraz a Roma o a Parigi: “A Jannik piace giocare contro di lui, è una sensazione diversa”.
Uno degli aspetti più interessanti toccati dal tecnico riguarda la continuità fisica di Sinner, che negli ultimi tempi è riuscito a evitare problemi seri. Per Vagnozzi non esiste una formula magica, ma una combinazione di elementi: uno staff di altissimo livello, una base di lavoro costruita con grande attenzione e anche una componente inevitabile di fortuna. “Questi ragazzi si allenano tra i 300 e i 320 giorni all’anno, con un’intensità sempre più alta. Non puoi mai essere sicuro che non arrivino problemi”, ha osservato, sottolineando però come l’ingresso di Darren Cahill nello staff sia stato determinante sotto molti punti di vista.
Il rapporto tra Vagnozzi e Cahill, infatti, è uno dei pilastri dell’equilibrio costruito attorno a Sinner. I due tecnici condividono la stessa visione e hanno saputo distribuire compiti e responsabilità senza sovrapporsi. “Io sono quello più pesante, quello che dice a Jannik le cose che non vuole sentirsi dire, il poliziotto cattivo”, racconta con sincerità il coach italiano. “Darren invece è più rilassato, più leggero, sa stemperare i momenti di tensione”. Una complementarità preziosa, che ha permesso di evitare logorii e di offrire al giocatore messaggi diversi ma coerenti.
Infine, Vagnozzi ha spiegato cosa renda davvero speciale Sinner e quale sia stato il percorso compiuto insieme dal 2022 in poi. Nessuna scorciatoia, nessuna bacchetta magica: soltanto una visione a lungo termine e il coraggio di cambiare. “Abbiamo preso tanti rischi, modificando diversi aspetti tecnici e tattici del suo tennis. Sarebbe potuta andare male, ma abbiamo trovato un ragazzo paziente e disposto a lavorare durissimo”. E il punto forse più significativo è proprio questo: secondo il suo allenatore, Sinner non ha ancora raggiunto il suo massimo potenziale. È ancora un giocatore in costruzione, nonostante sia già il numero 1 del mondo. In campo è serio, rigoroso, quasi glaciale; fuori, invece, Vagnozzi lo descrive come un ragazzo allegro, che scherza e si gode la vita. Un campione completo, ma ancora in piena evoluzione. E forse è proprio questa la notizia che più spaventa i rivali.
Marco Rossi
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