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Giocare sotto le bombe: quando il tennis ignora il buon senso


È francamente incredibile che si possa anche solo pensare di disputare un torneo professionistico in un contesto del genere. Il Challenger de Fujairah è stato sospeso dopo le notizie di attacchi con droni a pochi chilometri dall’impianto, ma la domanda è inevitabile: perché si è arrivati a questo punto?

Le parole dell’ucraino Vladyslav Orlov sono inquietanti: rumori di aerei, boati percepibili dai campi, email che parlano di bombardamenti a 10 chilometri di distanza. Non si tratta di allarmismo, ma di fatti concreti. Eppure si è giocato. Fino a quando non è stato impossibile far finta di nulla.

La sicurezza di atleti, staff e pubblico dovrebbe essere un principio non negoziabile. Invece, troppo spesso, il calendario e le esigenze organizzative sembrano avere la priorità su tutto il resto. Lo sport non può e non deve trasformarsi in un esercizio di normalizzazione del pericolo.

Sospendere il torneo è stata una decisione doverosa. Ma il vero interrogativo resta a monte: era opportuno programmare e mantenere un evento internazionale in un’area esposta a un’escalation militare?
In certi casi, fermarsi prima non è debolezza. È responsabilità.

Francesco Paolo Villarico


Fonte: http://feed.livetennis.it/livetennis/

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